Wednesday, July 08, 2009

SOLO DIO CONOSCE IL TUO FUTURO: DAVID FOSTER WALLANCE*

Il dottore ci aveva dato la scatola, era bianca con due strisce colorate nel mezzo. Una verde chiara e l’altra più scura. Non avevo letto cosa c’era scritto sopra, ma mi ricordo come lo chiamò il dottore mentre lo avvicinava. Nardil. Lo faceva scivolare sul piano della scrivania spingendolo con il palmo. Nardil. Lo aveva chiamato come si chiama un amico, come se sapesse – mentre lo muoveva verso di noi – che ci avrebbe accompagnato per tutta la vita.

David Wallace nasce la sera del 21 febbraio dell’anno 1962 a Itacha nello stato di New York, muore impiccato il 9 settembre a Claremont in California.
Ha scritto dodici libri, ed è stato una persona incredibilmente dotata, apprensiva, e forse infelice.
Cresce nella villetta dei genitori nella zona residenziale dell’Università di Urbana. All’età di nove anni entra nella squadra di football, come quarterback. E’ forse qui - negli anni delle scuole medie - comincia a sviluppare quel gusto per la contaminazione linguistica, e per gli accostamenti arditi, la capacita di muoversi con disinvoltura tra diversi “significati”, dalle atmosfere rarefatte dei libri di Kafka agli spogliatoi sudati della scuola: lo slang da bulli e le sedute sull’Oxford Dictionary con la mamma.
David è ricordato come un ragazzo timido e introverso, superficialmente una persona istintiva e semplice, più profondamente un’anima contraddittoria, di una sensibilità spaventosa.
Al primo anno di liceo lascia il football e comincia a prendere lezioni private di tennis, si allena la domenica mattina al parco. Poi entra nella squadra agonistica. Diventa uno dei primi giocatori under 14 dello Stato.

A 15 anni arrivano i primi attacchi d’ansia – sempre più frequenti, uno strano disagio: “il buco nero con i denti bianchi”, lo chiama la mamma. David dipinge la sua stanza di nero, quell’anno non va alla festa dei compleanno della sorella Amy, e salta sempre più spesso lo stadio alla domenica con il papà. E’ scontroso, irrequieto e litigioso. Lascia il tennis.
Sono anni di rimescolamenti ormonali, e basta entrare nella sua camera per trovarne i segni: insieme alle foto dei campioni di tennis, una stampa rinascimentale, e la locandina di film, c’è un articolo con la foto allucinata di Kafka pinzato al muro “La malattia era la vita stessa” dice l’articolo. E tutto sembra già essere scritto qui sul muro della stanza di David Wallace alla fine degli anni settanta.

David si diploma a pieni voti e viene accettato ad Amherst, stesso college del padre, cream culturale dell’america. Facoltà di filosofia. Siamo nel 1980.
Come nell’inizio di White Noise gli studenti arrivano a Amherst trascinando bauli e borse. Station wagon marroni per i viali. Padri in giacca scamosciata e madri dai sorrisi fluorescenti scaricano scatoloni davanti alle entrate dei dormitori. C’è un via vai frenetico in mezzo ai colori di settembre. Certi scorci di Amherst paiono cartoline inglesi. Dalla finestra del dormitorio David vede arrivare il suo compagno di stanza. E’ un ragazzo piccolo e scuro, vestito con le scarpe lucide. Mark Costello, si chiama, viene da una famiglia operaia di immigrati irlandesi, ultimo di sette figli studia scienza politiche. I due si conoscono lentamente, si piacciono, poi –un giorno all’inizio della primavera Mark trova David all’entrata con la valigia ai piedi. “Me ne voglio tornare a casa” - dice. Mark lo guarda. Non sembra uno scherzo. David è in crisi , piange, non ce la fa più a stare lì. Ci sono troppe cose da leggere, e troppe cose da saper, si sente inadeguato. Le pretese dell’università lo schiacciano.
A casa passa un po’ di tempo in ospedale, poi trova lavoro come autista di uno scuolabus. I ritmi blandi della provincia di nuovo lo tranquillizzano, va con il papà a seguire le lezioni all’università, in questo modo - senza aspettative - è più facile fare le cose. Pian piano sembra ristabilirsi. In autunno ritorna ad Arhmest, stessa camera, stesso compagno. Le nuova vita si riallaccia alla passata, questa volta inquadrata dentro una programmazione forzata. Routine, la chiama David. Colazione, lezioni, biblioteca, pranzo, biblioteca. Tre anni così. Costello si laurea e si iscrive alla Law School di Yale, a David rimane da finire l’ultimo anno. Ha da chiudere una doppia laurea in Inglese e in Filosofia. Comincia a mettere giù un progetto in Logica e uno in Scrittura Creativa. Ma la letteratura si mangia la logica e arriva un manoscritto di 700 pagine, "La scopa del sistema" si intitola.

L'anno dopo David viene accettato al MFA (Master of Fine Arts) all’Università dell’Arizona. A Tucson ci sono più di trenta gradi e David comincia a portare una bandana per evitare che il sudore gli finisca dappertutto. Sembra un pirata o una vecchietta – lo prende in giro la sua ragazza. La bandana, oltre a frenargli il sudore, lo aiuta a tenere insieme la testa, perché ci sono dei giorni in cui la testa gli sembra possa andare in mille pezzi.
La sua scrittura sovrabbondante, non lineare, a tratti grottesca, fa a pugni con l’impostazione iperrealista dei suoi insegnanti e irrita i compagni. Viene considerato un tipo altezzoso che guarda tutti dall’alto in basso. “Here end There” un racconto che uscirà in rivista anni dopo e vincerà nell’1989 l’O. Henry Price, è un lavoro del periodo del Master, diciamo un’esercitazione - stroncata dal suo professore con una nota che dice “ Spero che questo non sia rappresentativo del tuo lavoro, della strada che vuoi seguire con noi. Odierei dover perditi”
Intanto, le 700 pagine de La scopa del sistema finiscono sul tavolo della Frederick Hill, agenzia letteraria di San Francisco, dove Bonnie Nadell, 25 anni, appena assunta, decide di prendersene cura. Ha in testa un altro scrittore che si chiama David Rains Wallace, per questo mette il cognome della madre tra David e Wallace, crede che suoni meglio, prova a dirlo e le piace. Nasce ufficialmente quel giorno “David Foster Wallace”. Il romanzo viene proposto a varie case editrici, tra cui la Viking che se lo compra annunciandone la sua pubblicazione entro un anno. Quando il romanzo è ormai alle stampe e la voce comincia a girare, i professori diventano improvvisamente cordiali, i compagni tra l’invidioso e il riverente, si passa dai grugni ai sorrisi: “felice di vederti”, “siamo fieri di te”, “devi assolutamente venire con noi a mangiare”. “Era così meravigliosamente divertente – dirà poi David – che mi sentivo quasi imbarazzato per loro, non avevano neanche un po’ di coerenze su ciò che dicevamo di odiare”.
La scopa del sistema viene pubblicato nel 1987, David è ancora uno studente, all’ultimo anno del Master. Il libro ha un buon successo, soprattutto in quella parte della critica esigente e d’elite, New Yorker, Granta, Paris Review. Il suo editor alla Viking, Gerry Howard compra anche i diritti del suo secondo libro. Il nuovo autore è salutato come una promessa: la sua faccia disegnata a matita sulla prima pagina del Wall Street Journal, il premio come migliore opera prima, l’invito per un soggiorno in una famosa colonia di artisti. Incontra importanti e famosi scrittori, viene a sapere che questi importanti e famosi scrittori lo conoscono. Poi tutto ad un tratto, quasi per contrappasso - dopo l’inaspettata esplosione di energia - rimane a corto di idee, prova a ritirarsi a Tucson in una specie di capanna isolata per ritrovare l’ispirazione, ma non succede niente – così ritorna a casa. Accetta di insegnare filosofia ad Amhrest per un anno. Ma non gli riesce di riempire il vuoto che ha in testa. Crede che non riuscirà a scrivere più niente. Capisce che se da un lato l’ambiente universitario lo spaventa dall’altro lo nutre. Sa bene che i suoi due primi libri sono stati generati da quell’ambiente. Pensa di ritornare a frequentare un campus universitario per intraprendere la carriere di professore di filosofia, lasciando la scrittura di narrativa nel tempo libero. Harvard gli offe un dottorato, e il cerchio sembra chiudersi perchè anche Mark Costello si sta trasferendo a Boston per fare la pratica di avvocato. I due si ritrovano. Affittano un appartamento a Sommerville, un quartiere di studenti, la periferia sgaruppata della città, a poche miglia dal campus.

Alla sera Mark torna a casa con la giacca e la cravatta slacciata, appoggia la borsa e si ritrova David sul divano, ci potrebbero essere i piatti sporchi accatastati sul lavello, e scatole di patatine aperte sul tavolino della sala, l’umore di David è nero, non riesce a scrivere, e questo lo blocca in tutto il resto, dedica una parte minima del suo tempo ai corsi di Harvard, frigge nel vuoto creativo, una sensazione che non aveva mai provato, perché scrittore non lo era mai stato, capisce – invece, adesso che ha pubblicato, che la sua vita parte da lì: dalla scrittura. E la scrittura non va allora neanche la vita va. I sintomi sono gli stessi, il “buco nero con i denti bianchi” si espande, un incredibile senso di inadeguatezza verso il mondo, paralisi, panico,la voglia di scrivere per far tacere tutte le voci che gli dicono quanto è schifoso e inadeguato. Balle o verità, pensiero o esperienza? Dove collocare la propria attenzione? La vita sembra scivolare alla deriva spegnersi e trasformarsi dentro la melma dell’assuefazione, della pura sensibilità, dell’esperienza per l’esperienza: così il tempo “prezioso” di Harvard si trasforma in una personale maratona distruttiva: droga, alcool, psicofarmaci. Il suo secondo libro, quella raccolta di racconti già pronta da mesi, fluttua nel limbo dell’editing editoriale tra continui rimandi. Di quel nuovo scrittore tanto geniale si comincia a perdere la memoria, sono passati cinque anni, è veramente tutto passato?

Per cinque anni David è stato una promessa del football al liceo, per cinque anni un campione di tennis pronto a sfondare nel professionismo, adesso sono passati cinque anni dall’esordio di quello che era stato definito il genio letterario della sua generazione, cosa è successo? Ancora una promessa mancata? Ancora una vota a perdersi e dover ritrovarsi per ricominciare?

E’ Novembre, uno studente di Harvard, con una borsa di studio per un PHd in Logica si presenta al servizio di assistenza medica dell’università chiedendo di uno psichiatra. Dice di chiamarsi David Wallace e che sta per uccidersi, che non si sente per niente sicuro di riuscire e non farlo nelle prossime due ore. Lo psichiatra gli fa qualche domanda, lo tranquillizza e poi prende un fascicolo dalla scrivania, ci scrive sopra le generalità di David, avvia - così - il protocollo standard: notifica alla polizia, accertamenti psichiatrici, sospensione dall’università, ricovero al Mclean. Mclean è una casa di cura per matti, a venticinque chilometri da Boston, famosa per aver ospitato Silvia Plath, Anne Sexton. David ci passa sei giorni. Gli viene diagnostica una forma di depressione clinica e gli viene prescritto un medicinale, sviluppato negli anni cinquanta, commercializzato dalla Pzifer che si chiama Nardil. E’ l’autunno del 1988.
David comincia la terapia di recupero: deve dimenticarsi l’alcol, la droga e tutte quelle sostanze che l’hanno devastato negli ultimi due anni, il Nardil lo aiuta, ma non basta, ci vuole un atto di volontà per fare piazza pulita e ricominciare da capo. Ricominciare significa lasciar perdere l’università, le sue pretese, cominciare a trovarsi un lavoro, fare un passo alla volta. La nuova vita nizia come guardia di sicurezza alla Lotus Software, poi come “ragazzo delle salviette” in una palestra extra lusso, quasi tre mesi così. Qui al bancone della reception come sulla moquette delle società di software va avanti il processo di reset. Lavori che servono per non-pensare e non-pensare e la cosa migliore per “ripulirsi”.
Esce la sua prima raccolta di racconti, quella che per varie vicissitudini era stata bloccata, quella scritta a Tucson prima del periodo nero. David lascia il lavoro, e conosce Jonathan Frenzen, gli aveva scritto dopo aver letto il suo primo romanzo ( La ventisettesima città). I due si frequentano per un po’, e va a finire che cercano casa insieme a Syracuse. E’ l’aprile del 1993. Si trasferiscono prima in un residence e poi, qualche mese dopo, in una casa vera. Wallace si ferma un anno con Jonathan, e scrive. Scrive praticamente ininterrottamente tutto l’anno, a mano su quaderni a quadretti, ormai ne ha una pila. L’ispirazione creativa sembra travolgerlo, è come se quel fondo scuro: “il buco nero con i denti bianchi” – come lo chiamava sua mamma, si fosse posato lentamente sul fondo – e adesso pian piano stesse risalendo restituendogli le terribili sensazioni della dipendenza come vissute da qualcun altro. Nell’estate del 1993 David lascia Syracuse per ritornare nell’Hillinois dove l’Università Statale gli ha proposto un lavoro come insegnate di inglese . Si trasferisce a Normal – 50 miglia da dalla casa dei suoi. Il romanzo è, ormai, per tre quarti fatto, e il suo agente l’ha già venduto alla Little and Brown.
Intanto la rivista Harper’s gli commissiona un reportage su una crociera extra-lusso. David scrive un pezzo a metà tra il saggio sociologico, la racconto di letteratura e il reportage giornalistico, una critica indolente disincantata della società americana degli anni 90, è una rivoluzione nel modo di scrivere non-fiction. Tanto che, una volta pubblicato, l’articolo farà storia a se, diventerà un libro da leggere e un modello da seguire. Da questo momento David comincerà a lavorare contemporaneamente su entrambi i fronti quello letterario e quello giornalistico. Il reportage esce su Harper’s il 16 gennaio 1996 un mese prima della pubblicazione di Infinite Jest.

All’uscita del libro Wallance diventa uno scrittore di culto, “ la mente più geniale della sua generazione” . Siamo nella metà degli anni novanta e all’inizio di una nuova crisi personale.
Nel 2001 diventa titolare di un corso di scrittura creativa al Pomoma College in California. Si trasferisce a Claremont, esce la prima raccolta di saggi e reportage, e la terza raccolta di racconti, ma pur in questa relativa fertilità creativa David continua a d aver problemi con il sua scrittura – sempre l’ansia di non soddisfare le aspettative, di non essere all’altezza delle attese.

David incontra per la prima volta Karen Green, la donna che diventerà sua moglie, qualche mese dopo il suo trasferimento in California. Fissano un appuntamento per parlare di un progetto artistico: Karen vuole sviluppare una serie di disegni partendo dai racconti di David. Si incontrano, presto i due si fidanzano e dopo tre anni si sposano. Succede così: vanno nell’Illinois per passare le vacanza di Natale con i genitori. E’ il 27 di dicembre, David invita tutti a pranzo fuori e dice anche di vestirsi eleganti. La sorella Amy accompagna i genitori al ristorante, ma invece si ferma al municipio,- Karen li sta aspettando con i fiori in mano e David sorride vestito in completo blu con il fiore all’occhiello.
Questi primi anni passati con Karen Green saranno quelli più felici di tutta la sua vita.
Le cose vanno tanto bene che David vuole sospendere il Nardil, l’antidepressivo che prende da vent’anni. Siamo a inizio dell’estate 2007 – e la scelta sembra dovuta per evitare i numerosi problemi di stomaco che provoca il farmaco insieme all’alterazione della pressione arteriosa. La decisione finale viene presa nel 2007, quando dopo una cena in un ristorante indiano – David comincia ad avere un forte mal di pancia. I dottori gli dicono che qualcosa quella sera al ristorante indiano avrebbe potuto interagire con il Nardil. Il suggerimento è quello di interrompere la cura e di passare ad un altro farmaco. Gli vengono prescritti diversi antidepressivi ma nessuno sembra funzionare – e la salute di David piano piano peggiora – all’inizio dell’autunno chiede alla sorella di rinviare al visita che gli fa tutti gli anni in quella stagione. Non se la sente proprio. In ottobre le cose sembrano precipitare: viene ricoverato in ospedale. Esce dopo qualche settimana, le sue condizioni sono difficili, ma stabili, riesce a insegnare per tutto il 2008 fino a maggio. Il mese successivo i genitori sarebbero dovuti venire a fargli visita, ma ancora una volta David telefona a casa e chiede di rimandare. La depressione peggiora e nessun medicinale sa alleviarla, per questo - dopo un anno- i medici decidono di tornare indietro e di ricominciare con la vecchia cura. Ma adesso il Nardil non sembra più fare effetto. A giugno Jonathan Frenzen va a fare visita a David, e ad agosto tocca ai genitori, entrambe le visite si rivelano a posteriori due lunghi addii. David Foster Wallace si suicida impiccandosi, è il 9 settembre 2008.

Liberamente tratto da The Lost Years & Last Days of David Foster Wallace di David Lipsky in Rolling Stones (Ottobre 2008)

Wednesday, February 11, 2009

Cara Daria,

tu parli di morte e di vita, tutto sembra molto convincente se lascio scorrere le frasi e non mi fermo sul significato di "morte" e di "vita", ma cos'è, Daria, la "vita"? cosa significa "vivere"? Il tuo pensiero lo presuppone ma mai lo dice. Certo tu parli guidata da un'idea di vita (che a sua volta è un prodotto della tua "vita" ), ma scommetto che non la sapresti dire veramente (ogni volta che ci provi passi brutti 5 minuti, non è vero? - per me è così). Tutti quelli che parlano in questi giorni parlano con la loro "idea" che però non saprebbero dire veramente, proprio come te e come me. La “vita” è un baratro (dobbiamo fare le leggi, dobbiamo prendere decisioni, dobbiamo consegnare un articolo di cento righe entro domani) - ci vuole tempo per la "vita"e non ne abbiamo di tempo. La tua idea è diversa da quella di Berlusconi, da quella di Ferrara, meglio, peggio, più giusta? Semplicemente diversa. Punto. E' un dialogo tra sordi. Nessuno (di quelli che stanno parlando in questi giorni) ha mai provato a dirla questa idea, sviscerarla questa 'idea, distruggerla se necessario questa idea (ci manca! che oggi - che tutti i filosofi sono giornalisti- si chieda a voi giornalisti di diventare filosofi). Tutto rimane molto angosciante. Forse il problema è che la vita non è un' "idea", non è un "valore". E' un evento, un'incontro, è prima di tutto qualcosa che accade - la vita di Eluana è accaduta per 17 anni, chi l'ha sentita accadere? I giornalisti, i giudici, i politici, o forse lei e chi è stato cono lei, forse il padre, la madre? Già, poi dobbiamo fare le leggi, poi ci servono le idee per fare le leggi , ma saranno vere queste idee?... e poi, cara Daria, cosa significa che un'idea è vera? Cosa significa che un'idea è giusta? C'e qualcuno nel circolo politico, mediatico, istituzionale disposto a prendersi in carico queste domande? No, e per fortuna. Ma rimane il fatto che qualcuno lo deve fare - non si scappa....

Spero di non venir presa come una paladina del relativismo culturale, perchè per me, Daria, il "relativismo culturale" è una panzana: le decisioni si prendono o non si prendono, e ciò significa che le idee ci sono, e aihme - in questo momento - sembra che ci usino.

Un bacio (mi è piaciuto il tuo libro)

Ann.

Thursday, December 18, 2008

DELLE COSE CHE NON SI SONO DETTE DOPO LA MORTE DI DAVID FOSTER WALLACE (O CHE SE ANCHE SI SONO DETTE IO NON LE HO SENTITE)

Che non era affatto uno scrittore divertente o ironico, che non voleva affatto fare ridere e che se anche lo faceva, lo faceva suo malgrado, e che - dunque - si sarebbe rammaricato del riso se solo l’avesse saputo o semplicemente non l’avrebbe capito. Che a volte forse ha riso anche lui delle cose che scriveva ma poi si è subito stupito e ci ha pensato a lungo.

Che non è un scrittore facile nel senso che è uno scrittore “da leggere”, anzi è molto difficile, certo non è un tipo da consigliare

Che non avrebbe ma più scritto nulla di “buono”*, anzi che era da tempo che non scriveva più nulla di “buono”*. Che questo fatto, cioè il fatto di aver concluso la sua parabola creativa alla fine degli anni novanta, ha a che fare con la sua morte. Che il fatto di essere (da tempo) morto come scrittore non è solo un’opinione critica ma è un fatto. Che basta mettere vicini La ragazza e Oblio, Una cosa divertente e Considera l’aragosta, per vedere come l’opera di un genio diventi solo il tentativo (a volte riuscito) di ripetersi , e che quello che rende tutto ciò ancora più penoso è il fatto di sentire tra le righe la fatica disperata di uno che non riesce più ad essere quello che è stato.
*se per "buono" intendiamo qualcosa artisticamte al pari di IJ, "Una cosa divertente", " La ragazza".

Che Infinite Jest è un’opera insuperata e insuperabile e che Wallace ha cominciato e morire lì. E - c’è da giuraci - anche lui ha capito che da lì in poi avrebbe solo fatto “esibizione”.

Che Brevi Interviste è del 1999 e dopo non ce stato più niente di veramente wallanciano, a parte qualche bagliore qua e là, triste a dire il vero perché ogni volta ci ricordava com’era il nostro vecchio amico

Che non è un autore realista, che le sue trame e i suoi personaggi sono il festival del surreale, provate a riassumere qualsiasi suo racconto o romanzo a uno che di lui non sa niente, mentre lo fate guardatelo in faccia a poi capirete tutto.

Che nei suoi romanzi e nei suoi racconti, non succede mai niente o succede troppo poco, ma nel contempo succede tantissimo, questo tantissimo che succede succede su un piano che non è il piano dei fatti o della realtà, è un piano a metà tra la sua testa e la vostra testa, quello che è straordinario e che in mezzo non ce niente o poco niente di “raccontato” (o comunque - per quanto ce ne sia – non è mai veramente ciò che conta), come dire fenomenologia di fenomenologia di fenomenologia…

Che Breve storia dell’infinito è un libro palloso e incomprensibile per chi cerca la "lettura", che è un libro palloso e incomprensibile per chi cerca la soluzione, la curiosità o l’erudizione, comunque è la dimostrazione che Wallace era solo uno "scrittore". E che seppur straordinario non era onnipotente.
Che questo libro molto probabilmente ha fatto capire all’autore che l’autore aveva fatto tutto quello che poteva fare come autore.

Che difficilmente nella storia della letteratura è mai esistito un artista che ha rivoluzionato contemporaneamente, in così breve tempo e così in profondità ben tre generi letterari.

Che a pensarci bene è lo scrittore più surreale di tutti i tempi perchè attraverso l’eccezione ha raccontato la quotidianità, attraverso la perversione la normalità, attraverso l’altro ti ha messo davanti te stesso, e ti ha fatto riconoscere nell’altro, nel diverso. Che Wallace è, in questo senso, uno scrittore disturbante, uno che se lo leggi veramente ti costringe a rintracciare i confini tra te e la malattia.

Che è un autore profondamente biografico: che ha raccontato personaggi schifosi semplicemente perché lui si sentiva schifoso. E che di certo lui lo era - schifoso*
*wallancianamente schifoso

Che tra qualche decennio dire di una cosa che è “schifosa in senso wallanciano” farà figo, quasi come dire – oggi - che una cosa è “kafkiana”.

Tuesday, November 11, 2008

LA CUCINA
Marta allunga il braccio come se volesse prendere qualcosa. “Vedi non ci arriverò mai” – dice. Allora il ragazzo si mette la matita in bocca. Suonano le campane. Le prime volte era spaventata – diceva che non sarebbe mai riuscita dormire. Siete venuti apposta per sentire le campane quando era ancora estate. Tu avevi portato le pizze e il vino. E vi eravate messi li in mezzo alla stanza. Il ragazzo è già dall’altra parte, ha le mani appoggiate all’angolo del muro. Il piano di lavoro della cucina può essere ridotto di trenta centimetri dice. Provate a tirare una linea immaginaria, e unite i puntini per aria con i palmi delle mani. Adesso Marta ci riprova e può toccare il punto dove saranno le mensole. Allora il ragazzo segna qualcosa e assicura che chiamerà la ditta costruttrice della cucina per far fare la modifica. Marta si indispettisce per l’aumento di prezzo, mette le braccia conserte e ride, poi ti guarda, c’è silenzio per qualche secondo, senti il respiro del ragazzo e guardi le ombre sul pavimento. Adesso si avvicina e ti descrive la cucina intanto che il ragazzo traffica con il piano immaginario che avete appena disegnato. Ti dice dove saranno la cappa, i mobili, il lavandino, e il piano cottura; ti dice dove finiranno le mensole. Tocca anche il muro con le mani, e ti sembra di vedere i pezzi della cucina prendere forma. Bisogna spostare la cappa, e mettere due prese. Il ragazzo va a frugare nella borsa e tu ti avvicini, vuoi per baciarla o vuoi solo per un istinto di sopravvivenza, sai che comunque non lo puoi fare. Ascolti quello che ti dice standole accanto e ti chiedi se lei lo sa. Marta guarda il ragazzo poi si allontana, gli chiede se il frigorifero non è troppo vicino al termosifone. Guardi il punto della cucina dove c’erano i cartoni delle pizze. Provi a immaginare che luce c’era quella sera e quante volte lei ha sorriso, cose così, momenti in cui siete solo tu e lei. Ti chiedi se non sia un pensiero troppo romantico. Ti giri verso quella finestra da cui si vedeva il sole. Una striscia arancione ripassava l’orizzonte, non ci avevi fatto caso allora, invece adesso che ci pensi ti sembra tutto qui. E quante volte aveva sorriso non te lo ricordi. Saranno state le otto e mezza, la stanza era piena di ombre intrecciate: il campanile, le case di fronte, la ringhiera del terrazzo. Cerchi di capire. Intanto il ragazzo ti passa davanti per andare verso la porta d’entrata. La apre. Dice che ha a paura che il frigorifero non ci stia. Marta si rimette con le braccia conserte. Ogni volta che usa il plurale per parlare delle persone che entreranno in quella cucina ti chiedi se sta pensando a te o a qualcun altro. Ci sarà un’altra persona che entrerà in quella cucina con lei, tu lo sai. Preferisci avere paura quando dice “noi” perché non vuoi dare nulla per scontato da qui alla fine. Avevi portato i bicchieri e il vino bianco, vi siete seduti per terra con le gambe incrociate. “Guarda com’è sporco” ti aveva detto, poi aveva premuto una mano sulla piastrella ed era rimasta l’impronta sulla polvere. Ricordi perfettamente come era vestita e cosa hai pensato. Pensi sempre a quello quando la vedi. Come adesso. Lei ti dice sempre che non lo riesce a fare. Però ci sei arrivato vicino quella sera, hai appoggiato la tua guancia sulla gonna tesa, hai sentito l’incavo della pancia e le hai preso le ginocchia tra le mani. Vi siete baciati, poi tu le hai detto che non ce la facevi più ad aspettare. Siete finiti contro il muro, ma non è bastato. Ti ha detto che non ce la faceva a dirgli la verità. Che non sapeva perché ma non ce la faceva. L’hai anche pregata. Poi avete finito il vino. E ti sei detto che questa volta non sarebbe finita come tutte le altre volte. E ci credevi, ci credi sempre finché poi non succede. Adesso tiene gli occhi fissi sulla nuca del ragazzo, non riesci a catturarle lo sguardo, a stabilire un’intesa complice con lei. Sta misurando il muro tra la porta e il termosifone. Si era tirata indietro proprio lì - appoggiandosi al muro, ti chiamava con la bocca, immaginavi la sua bocca. La luce arancione era sparita, la stanza si era avvolta nella penombra, e i rumori della strada sembravano diversi. Avevi nella testa il campanello di una bicicletta quando si è scostata un po’ la gonna per chiamarti e tu ti sei arrabbiato. Allora glielo hai detto che doveva scegliere. Sembrava confusa e ti ha chiesto di avvicinarti. Le hai detto di smetterla. Così siete rimasti li al buio a parlare, le hai ridetto le cose che già sapeva, quelle che vi siete dette un milione di volte. Lei era di gomma. Il fatto che non riusciva a scegliere a questo punto lo consideravi un rifiuto. Ti sei sentito forte quando hai detto queste parole. Poi ti sei sentito triste mentre lei ti ha gurdato senza rispondere. Il silenzio di quella sera era diverso da quello che c’è qui ora. Ok? Ok le hai risposto. E sei uscito lasciandola al buio, con i cartoni da raccogliere e la bottiglia da buttare, le finestre da chiudere. Il ragazzo ha finito le misure per la cucina e ha chiamato il suo ufficio per chiedere una conferma sui tempi di consegna. Adesso ti chiedi perché sei qua. Poi il ragazzo si avvicina alla cucina e dice che se non vi piace la cappa la potete spostare, vi consiglia come mettere il tavolo, usa il plurale e coinvolge anche te con lo sguardo nel futuro di questa casa. Marta non dice niente. Sembra tutto così normale. Poi il ragazzo se ne va, prende la borsa e l’ombrello, ti stringe la mano e vi sorride. “E’ un piacere averti conosciuto” dice.
Aspettate un po’ prima di parlare, vi guardate. Ecco, ora lo capisci: siete di nuovo tu e lei. Come va, tutto a posto? Non rispondi. La guardi, credi stia per piangere, speri che lo faccia, ti farebbe sentire più sicuro. Si avvicina e piange infatti. Te lo dice subito che è incinta. La tua risposta sarebbe diversa se fosse sincera. Le chiedi se è sicura. Poi ti spiega. Allora ripensi a tutte le volte che lo avete fatto. E non puoi proprio credere di essere stato tu. Di chi è le chiedi. E’ tuo. Come fai ad essere sicura. Lo sono. Ve ne andate. Pensi come dovrebbe comportarsi una persona innamorata. Le guardi gli occhi, l’aria autunnale è piacevolmente fredda, rigenerante, non sembra più abbia pianto. Ti chiedi se lui lo sa, ma non glielo vuoi domandare. Non riesci a ponderare quello che sta succedendo, e ti spiace dirlo ma in fondo sei felice, sei felice che è tornata, che in qualche modo dipende da te. Così vi avviate insieme verso casa, aspettate il tram, e ne continuate a parlare.

Tuesday, November 04, 2008

C’è una negra che si strizza una tetta e sorride. Le sedie non si sa neanche da che parte arrivano, danno l’idea vecchia di qualcosa – le sedie vuote che formano una matrice sul linoleum della palestra.
Domani tutto questo sarà finito. Le foto in bianco e nero sulle pareti, uno striscione “Amatevi come io ho amato voi”. Il prete morto di stenti e di raffreddore, prima che infuriasse il ’68.
Si poterebbe trovare un minimo comune denominatore: si festeggia la vita di un prete morto senza nessun prete vivo, Lorenzo che ci guarda, e la negra che ammicca verso la macchina fotografica.
Si schiaccia la tetta e le sue amiche ridono, Erika è piegata. Le tette della negra sono piccole e lei è grossa dentro un maglione peruviano almeno di una misura in meno. Quest’anno le cose sono un po’ diverse e hanno messo la musica. Qui se ne fregano di Breston Ellis, del cinismo e delle camicie inamidate cambiate una volta al giorno, qui si parla un’altra lingua, tutto è così naturale. Come se Pasolini non fosse morto mai, e avesse ragione lui.
Fate caso a come si muovono, a quello che dicono e come sono vestite le persone che sono qui stasera.

So già che quando salirà sul palco e metterà la bocca vicino al microfono, scenderà il silenzio. E’ da quando sono piccola che la vedo parlare al microfono, presa a aizzare i sentimenti della gente che la ascolta. Quando lei era giovane e sfilava per le strade io non ero ancora nata, ho saputo tutto dopo, da quello che mi hanno detto gli altri – a me personalmente non ha mai detto niente, ma le sue foto in bianco e nero mi hanno accompagnata a letto tutte le notti. Per questo forse tutti si comportano come se avessi fatto le cose che ha fatto lei e come se avessi anch’io la sua età. Le foto ormai non le guardo più, me ne sono andata da lì - ho smesso di vederle da tempo ormai, ma mi continuo a chiedere chi le ha scattate – uomini sconosciuti, lei dice - baubau che venivano presi a calci nei cortei – e così che poi ho cominciato a tenere per loro e a chiedermi che faccia avessero. Soprattutto per quella in cui mia madre con in mano un microfono sta schiacciata contro una negra sotto un cartello che dice “libertà alle nostre sorelle”, proprio quella negra nella foto che potrebbe essere la nonna di quella che c’è qui. Continua a sorridere, si stringe le tette senza sapere quanto è costato poter fare quel gesto. Io lo so, sulla libertà io ormai so tutto, più della negra, più di tutti quelli che cominceranno a pendere dalla labbra di mia madre tra un po’, più del prete che sorride nei manifesti appesi.
Quando ero piccola, e quando lei ancora non aveva i capelli bianchi e si sdraiava sui binari per fermare i treni me lo ha detto che cosa è la libertà; ho sentito poi tutto il resto seguendola nei suoi comizi, nelle celebrazioni e via dicendo, mentre parlava davanti a persone uguali a quelle che ci sono qua stasera. E’ un caso che io ci sia, non ho più nessun dovere nei suoi confronti. E’ strano però dopo tanto tempo sentirla parlare delle stesse cose, tirare fuori quella rabbia sociale che ai tempi era così di moda. Adesso non fa più paura a nessuno, adesso crea solo tenerezza. Va avanti a raccontare le sue bugie, mantiene fede alla sua storia, non può fare altro. Si mette davanti al microfono e ci racconta del suo prete, ci dice come l’ha vissuta lei quella storia e come rivoli di tutto quello che è successo lassù si sia propagato misteriosamente per l’universo. Parla di mio padre, ne da la sua versione. E' patetica: racconta della maternità non voluta, la fuga con me in grembo quando il prete della rivoluzione stava fondando la sua scuola. Ci dice della loro “intimità”: successe una sola volta e nevicava. Poi ricomincia, dicendoci che la sua vita si trasformò in una fuga e in una missione. Gli anni difficili della separazione, i rifiuti del prete, la traversata dell’oceano e l’approdo al Greeniwich Village, gli anni Bohemien e tutto il resto – stento e resurrezione, fatica e successo, poi l’insegnamento, i cortei, il secondo matrimonio, e finalmente la celebrità: tre libri in più di trent’anni, tutti racconti – che parlano di donne, del Village. Il prete era morto ormai, e pian piano si era posato chissà dove nella sua memoria l’afflato che penetrandola l’aveva trasformata. E adesso guardatela qua davanti al microfono – lui icona caduta, manifesto appeso – lei voce narrante. Si saranno amati mio padre e mia madre? Di che amore si saranno amati?

Tuesday, September 16, 2008

Adesso i cieli risuonano di sogghigni meschini.
Venerdì si è impiccato lo scrittore David Foster Wallace, significa che è morto. Noi siamo tristi e turbati dalla notizia, dal fatto che possa essere accaduto, dalle circostanze che hanno portato a questo evento, che comunque le giriamo non riusciamo a non legarle al “dolore”, qualsiasi cosa ciò voglia dire.
Non sappiamo perché siamo tristi e perché in questi giorni ci continuiamo a pensare, non certo perché lo conoscevamo, nel senso in cui si conoscono le persone che amiamo, che frequentiamo e stimiamo. Non lo conoscevamo in effetti, ecco perché ci sembra così profondo, intimo, disturbante e morboso il sentimento che proviamo per lui adesso. Ci era vicino, in un senso “inutile” e difficile: la sua scrittura e la sua voce sono stati la leva con cui abbiamo scostato la nostra anima e ci abbiamo guardato dentro. Wallace ha cominciato a parlarci di noi stessi, divenendo inaspettatamente lo stratagemma misterioso che ci duplicava e ci metteva davanti a uno specchio. Non sempre abbiamo visto cose che ci piacevano, anzi a volte quelle cose ci facevano ribrezzo e paura, altre volte ci facevano pensare, altre ancora ci lasciavano di stucco. Non sapremmo dire come questo sia potuto succedere, ma a un certo punto è accaduto, abbiamo però capito che era un regalo, come la grazia di dio, Wallace era entrato dentro di noi, facendoci rivedere il mondo cioè cambiandoci il mondo davanti agli occhi.
Forse per questo la sua morte non la sappiamo valutare visto che è qualcosa che sta fuori e fuori lui non è mai stato, anche se da qualche parte ha vissuto.
Non crediamo che questo possa risuccedere, ci sentiamo qualcosa di “epocale”, i nostri padri hanno avuto Mann e i nostri nonni Proust, noi Wallace. Da qui il bisogno di ringraziare.
Ci siamo già chiesti cosa sia realmente successo e perché mai è successo tra noi e Wallace, ci ricordiamo bene la luce che c’era nella stanza, e sentiamo la gratuità di tutto come una delle cose più belle e misteriose che sono capitate alle nostra vita intellettuale. Poi è stato facile: Wallace ha cambiato il nostro modo di pensare e di vedere le cose, o solo di provare a pensarle, e ha stravolto il nostro gusto estetico per sempre. E’ stata l’esperienza di una metamorfosi cosciente. Vorremo ringrazialo. Sappiamo che “lui” non c’entra, soprattutto adesso che è morto. Ma è strana quella voce che continuiamo a sentire, e il dolore che continua a pungolarci facendoci sentir presso di lui, ovunque lui sia.

Sono tutte cose che a voi non interessano, che interessano a me, e più le penso più mi sembrano straordinarie, per quello che mi hanno dato, per come mi sono sentita innamorata di fronte a tutto questo. Poi tutto il resto non ha importanza: che abbia stravolto l’idea di romanzo, che abbia ricreato l’idea di grottesco rendendola (dopo Poe, Anderson e O’Connor) ancora capace di parlarci del mondo, del nostro mondo, che abbia riforgiato un "linguaggio" impastando fisica filosofia e letteratura facendoci veder la perversione, la malattia, la dipendenza nella loro giusta forma, la forma che hanno i nostri anni, che ha la televisione, l' "intrattenimento" e tutta la vita che ci è cresciuta intorno. Tutte cose che i vari Melville, Pavese, Musil e Joyce non avrebbero mai potuto dirci, per ovvi limiti di tempo – lui ce le ha dette; e noi poi le abbiamo ri-dette attraverso di lui, attraverso quella leva con cui abbiamo un po’ scostato la nostra anima e ci abbiamo guardato dentro.
Non sappiamo proprio dire come ci sentiamo oggi, in qualunque modo ci sentiamo caro David Foster Wallace che la terra ti sia leggera ovunque tu sia, e grazie.

Wednesday, June 25, 2008

IO E IL SUO VERO NOME.
Ci sono dei libri che entrano letteralmente nella tua vita. C’è questo libro che è entrato nella mia vita, come un fatto, scuotendola -fisicamente.
Sono a Portland. E' Natale. Sto cercando i racconti di un autore americano. Ho appena finito di leggere Il museo dei pesci morti, tradotto in italiano dalla Casa Editrice Dei Bambini Prodigio. Quei racconti mi sono piaciuti, ma Sceneggiatore, mi è sembrato pazzesco, l’ho riletto tre volte. Quando qualcosa mi sembra pazzesco, devo smontarlo, per vedere come funziona, e rubarne il segreto, e rifarlo. Sceneggiatore è un racconto che parla di uno andato di testa che vive in una specie di manicomio per andati di testa, lui - a dire la verità - non sa bene neanche dove si trova – quello che fa è semplicemente raccontare ciò che "vede", siamo noi che ci immaginiamo la verità per differenza ( è questo è già abbastanza eccitante) : allucinazioni e nevrosi, cinismo e grazia sono mischiate tra dolore e inconsapevolezza, e più la forza della sua visione ci sembra malata più è potente. Le cose prendono letteralmente fuoco e si trasformano sotto i nostri occhi. E’ l'ambiguità che ci parla ma lo fa con immagini bellissime. Come non venire affascinati quando la perversione è potenza creatrice e la lingua “gioco” meraviglioso? Me la sono fatta questa domanda, ma poi ho pensato che c’era anche qualcos’altro. Già! Ci sentivo dentro Poe, e Wallace in questo racconto, e poteva bastare, ma ad ascoltarlo bene ci parlava qualcosa di più istintivo, senza mediazione, cristallino, era come se le fiamme che ustionavano fossero raccontate da un Carver sotto psicofarmaci – voglio dire che in fondo mi sembrava un racconto realista, ecco il segreto.
Comunque sono a Portland - sotto una libreria di legno verde che sembrava arrotolarsi fino al soffitto tanto è alta, “contemporaney fiction” lettera “D”, sto cercando la seconda raccolta di questo autore americano nato nel 1960. La trovo. Quella stessa notte, la notte prima del mio rientro in Italia, leggo il racconto Her real name, e ho la percezione di un piano inclinato e di qualcosa che scivola dolcemente dentro un buco nero intanto che il mondo sparisce. Ripensare a quella sera - pioveva e io me ne stavo sopra le lenzuola, mi da ancora la sensazione di scivolare. D’ambrosio in quaranta pagine, mi ha ucciso, e lo ha fatto con le stesse armi di Sceneggiatore – ma senza scherzare, seriamente, e mi ha fregato, questa volta per sempre.
Forse le cose suonano così perentorie perché ho delle idiosincrasie, e un chiodo fisso. Per me tutta la letteratura racconta la storia di un viaggio, il viaggio di un ritorno a casa, oppure è la storia di un assedio, il tentativo di attraversare una soglia. La letteratura è L’Iliade e L’Odissea declinate all’infinito, pensateci! A ben vedere ogni ritorno a casa, segna il passaggio di una soglia, "ri-tornare" è di per se un'esperienza di morte, perché ogni volta la casa non è mai più la stessa (...) – quindi i due archetipi si risolvono in uno, contenuto in forme e intensità diverse in ogni esperienza letteraria. Her real name è l’esemplificazione scarnificata ed essenziale della fusione di questi due archetipi, ne è anche l’esemplificazione più poetica - che mi sia capitato di leggere - della loro unità. Voglio dire, se quello che sto per dire non suonasse presuntuoso, che in questo racconto c’è tutto. Prendete Bonny and Clyde e Thelma e Luise e metteteci dentro Dead Man, avrete qualcosa di simile a Her Real Name.

La storia è la storia di un uomo che uscito dalla marina, con i soldi del congedo, sta vagando per l’America. L’uomo incontra una ragazza che lavora in una pompa di benzina, lei vuole fuggire dal suo paese e dalla sua gente. Jones, così si chiama, la prende con se. Scopre che la ragazza è gravemente malata, porta una parrucca, i due attraversano l’america dei canyon e dei pellerossa, la ragazza collezione souvenir di quelle storie di battaglie. Durante il viaggio,la malattia peggiora gravemente e a Jones stanno per finire i soldi. La ragazza non vuole andare in ospedale, ne tornare a casa, il padre della ragazza è un predicatore fanatico, la ragazza dice che sarà sulle loro tracce e li ucciderà quando li troverà. Jones prova a farsi aiutare da un medico alcolizzato, ma ormai è troppo tardi. Toccherà a lui portarla al fiume e seppellircela dentro.

Il riassunto che ho fatto fa abbastanza schifo, ma prendetelo per buono così, no anzi dimenticatevene, e pensate a Her real name come un viaggio di un uomo e una donna dentro la morte, oppure alla storia di un amore condensato nel tratto di strada che separa due coste dell’America, è un viaggio all’inferno, in cui si consuma qualcosa di grandioso, che sta al dilà del viaggio e dei suoi testimoni e che ha la forza del rito e della redenzione, è un viaggio religioso che non ha bisogno di Dio e che supera la morte attraverso il rito atavico della sepoltura. È il bigino laico e sbriciolato della divina commedia, senza il chiarore del cielo stellato – senza il purgatorio e il paradiso, lanciato diritto nel fondo torbido di un fiume. Her real name è in tutto è per tutto questo: forse solo il tentativo di questo. Viaggio dantesco, e quindi ancora una volta, fuga dall'"oscurità", nell’unico modo in cui lo si potrebbe fare oggi, sulle tracce delle indiani e dei cow-boy, lungo le strade pop tracciate da Sailor e Lula, tutto sotto falso nome, anzi senza nome.

Se questo vi suona troppo ardito proverò a farvelo capire diversamente...