SOLO DIO CONOSCE IL TUO FUTURO: DAVID FOSTER WALLANCE*
Il dottore ci aveva dato la scatola, era bianca con due strisce colorate nel mezzo. Una verde chiara e l’altra più scura. Non avevo letto cosa c’era scritto sopra, ma mi ricordo come lo chiamò il dottore mentre lo avvicinava. Nardil. Lo faceva scivolare sul piano della scrivania spingendolo con il palmo. Nardil. Lo aveva chiamato come si chiama un amico, come se sapesse – mentre lo muoveva verso di noi – che ci avrebbe accompagnato per tutta la vita.
David Wallace nasce la sera del 21 febbraio dell’anno 1962 a Itacha nello stato di New York, muore impiccato il 9 settembre a Claremont in California.
Ha scritto dodici libri, ed è stato una persona incredibilmente dotata, apprensiva, e forse infelice.
Cresce nella villetta dei genitori nella zona residenziale dell’Università di Urbana. All’età di nove anni entra nella squadra di football, come quarterback. E’ forse qui - negli anni delle scuole medie - comincia a sviluppare quel gusto per la contaminazione linguistica, e per gli accostamenti arditi, la capacita di muoversi con disinvoltura tra diversi “significati”, dalle atmosfere rarefatte dei libri di Kafka agli spogliatoi sudati della scuola: lo slang da bulli e le sedute sull’Oxford Dictionary con la mamma.
David è ricordato come un ragazzo timido e introverso, superficialmente una persona istintiva e semplice, più profondamente un’anima contraddittoria, di una sensibilità spaventosa.
Al primo anno di liceo lascia il football e comincia a prendere lezioni private di tennis, si allena la domenica mattina al parco. Poi entra nella squadra agonistica. Diventa uno dei primi giocatori under 14 dello Stato.
A 15 anni arrivano i primi attacchi d’ansia – sempre più frequenti, uno strano disagio: “il buco nero con i denti bianchi”, lo chiama la mamma. David dipinge la sua stanza di nero, quell’anno non va alla festa dei compleanno della sorella Amy, e salta sempre più spesso lo stadio alla domenica con il papà. E’ scontroso, irrequieto e litigioso. Lascia il tennis.
Sono anni di rimescolamenti ormonali, e basta entrare nella sua camera per trovarne i segni: insieme alle foto dei campioni di tennis, una stampa rinascimentale, e la locandina di film, c’è un articolo con la foto allucinata di Kafka pinzato al muro “La malattia era la vita stessa” dice l’articolo. E tutto sembra già essere scritto qui sul muro della stanza di David Wallace alla fine degli anni settanta.
David si diploma a pieni voti e viene accettato ad Amherst, stesso college del padre, cream culturale dell’america. Facoltà di filosofia. Siamo nel 1980.
Come nell’inizio di White Noise gli studenti arrivano a Amherst trascinando bauli e borse. Station wagon marroni per i viali. Padri in giacca scamosciata e madri dai sorrisi fluorescenti scaricano scatoloni davanti alle entrate dei dormitori. C’è un via vai frenetico in mezzo ai colori di settembre. Certi scorci di Amherst paiono cartoline inglesi. Dalla finestra del dormitorio David vede arrivare il suo compagno di stanza. E’ un ragazzo piccolo e scuro, vestito con le scarpe lucide. Mark Costello, si chiama, viene da una famiglia operaia di immigrati irlandesi, ultimo di sette figli studia scienza politiche. I due si conoscono lentamente, si piacciono, poi –un giorno all’inizio della primavera Mark trova David all’entrata con la valigia ai piedi. “Me ne voglio tornare a casa” - dice. Mark lo guarda. Non sembra uno scherzo. David è in crisi , piange, non ce la fa più a stare lì. Ci sono troppe cose da leggere, e troppe cose da saper, si sente inadeguato. Le pretese dell’università lo schiacciano.
A casa passa un po’ di tempo in ospedale, poi trova lavoro come autista di uno scuolabus. I ritmi blandi della provincia di nuovo lo tranquillizzano, va con il papà a seguire le lezioni all’università, in questo modo - senza aspettative - è più facile fare le cose. Pian piano sembra ristabilirsi. In autunno ritorna ad Arhmest, stessa camera, stesso compagno. Le nuova vita si riallaccia alla passata, questa volta inquadrata dentro una programmazione forzata. Routine, la chiama David. Colazione, lezioni, biblioteca, pranzo, biblioteca. Tre anni così. Costello si laurea e si iscrive alla Law School di Yale, a David rimane da finire l’ultimo anno. Ha da chiudere una doppia laurea in Inglese e in Filosofia. Comincia a mettere giù un progetto in Logica e uno in Scrittura Creativa. Ma la letteratura si mangia la logica e arriva un manoscritto di 700 pagine, "La scopa del sistema" si intitola.
L'anno dopo David viene accettato al MFA (Master of Fine Arts) all’Università dell’Arizona. A Tucson ci sono più di trenta gradi e David comincia a portare una bandana per evitare che il sudore gli finisca dappertutto. Sembra un pirata o una vecchietta – lo prende in giro la sua ragazza. La bandana, oltre a frenargli il sudore, lo aiuta a tenere insieme la testa, perché ci sono dei giorni in cui la testa gli sembra possa andare in mille pezzi.
La sua scrittura sovrabbondante, non lineare, a tratti grottesca, fa a pugni con l’impostazione iperrealista dei suoi insegnanti e irrita i compagni. Viene considerato un tipo altezzoso che guarda tutti dall’alto in basso. “Here end There” un racconto che uscirà in rivista anni dopo e vincerà nell’1989 l’O. Henry Price, è un lavoro del periodo del Master, diciamo un’esercitazione - stroncata dal suo professore con una nota che dice “ Spero che questo non sia rappresentativo del tuo lavoro, della strada che vuoi seguire con noi. Odierei dover perditi”
Intanto, le 700 pagine de La scopa del sistema finiscono sul tavolo della Frederick Hill, agenzia letteraria di San Francisco, dove Bonnie Nadell, 25 anni, appena assunta, decide di prendersene cura. Ha in testa un altro scrittore che si chiama David Rains Wallace, per questo mette il cognome della madre tra David e Wallace, crede che suoni meglio, prova a dirlo e le piace. Nasce ufficialmente quel giorno “David Foster Wallace”. Il romanzo viene proposto a varie case editrici, tra cui la Viking che se lo compra annunciandone la sua pubblicazione entro un anno. Quando il romanzo è ormai alle stampe e la voce comincia a girare, i professori diventano improvvisamente cordiali, i compagni tra l’invidioso e il riverente, si passa dai grugni ai sorrisi: “felice di vederti”, “siamo fieri di te”, “devi assolutamente venire con noi a mangiare”. “Era così meravigliosamente divertente – dirà poi David – che mi sentivo quasi imbarazzato per loro, non avevano neanche un po’ di coerenze su ciò che dicevamo di odiare”.
La scopa del sistema viene pubblicato nel 1987, David è ancora uno studente, all’ultimo anno del Master. Il libro ha un buon successo, soprattutto in quella parte della critica esigente e d’elite, New Yorker, Granta, Paris Review. Il suo editor alla Viking, Gerry Howard compra anche i diritti del suo secondo libro. Il nuovo autore è salutato come una promessa: la sua faccia disegnata a matita sulla prima pagina del Wall Street Journal, il premio come migliore opera prima, l’invito per un soggiorno in una famosa colonia di artisti. Incontra importanti e famosi scrittori, viene a sapere che questi importanti e famosi scrittori lo conoscono. Poi tutto ad un tratto, quasi per contrappasso - dopo l’inaspettata esplosione di energia - rimane a corto di idee, prova a ritirarsi a Tucson in una specie di capanna isolata per ritrovare l’ispirazione, ma non succede niente – così ritorna a casa. Accetta di insegnare filosofia ad Amhrest per un anno. Ma non gli riesce di riempire il vuoto che ha in testa. Crede che non riuscirà a scrivere più niente. Capisce che se da un lato l’ambiente universitario lo spaventa dall’altro lo nutre. Sa bene che i suoi due primi libri sono stati generati da quell’ambiente. Pensa di ritornare a frequentare un campus universitario per intraprendere la carriere di professore di filosofia, lasciando la scrittura di narrativa nel tempo libero. Harvard gli offe un dottorato, e il cerchio sembra chiudersi perchè anche Mark Costello si sta trasferendo a Boston per fare la pratica di avvocato. I due si ritrovano. Affittano un appartamento a Sommerville, un quartiere di studenti, la periferia sgaruppata della città, a poche miglia dal campus.
Alla sera Mark torna a casa con la giacca e la cravatta slacciata, appoggia la borsa e si ritrova David sul divano, ci potrebbero essere i piatti sporchi accatastati sul lavello, e scatole di patatine aperte sul tavolino della sala, l’umore di David è nero, non riesce a scrivere, e questo lo blocca in tutto il resto, dedica una parte minima del suo tempo ai corsi di Harvard, frigge nel vuoto creativo, una sensazione che non aveva mai provato, perché scrittore non lo era mai stato, capisce – invece, adesso che ha pubblicato, che la sua vita parte da lì: dalla scrittura. E la scrittura non va allora neanche la vita va. I sintomi sono gli stessi, il “buco nero con i denti bianchi” si espande, un incredibile senso di inadeguatezza verso il mondo, paralisi, panico,la voglia di scrivere per far tacere tutte le voci che gli dicono quanto è schifoso e inadeguato. Balle o verità, pensiero o esperienza? Dove collocare la propria attenzione? La vita sembra scivolare alla deriva spegnersi e trasformarsi dentro la melma dell’assuefazione, della pura sensibilità, dell’esperienza per l’esperienza: così il tempo “prezioso” di Harvard si trasforma in una personale maratona distruttiva: droga, alcool, psicofarmaci. Il suo secondo libro, quella raccolta di racconti già pronta da mesi, fluttua nel limbo dell’editing editoriale tra continui rimandi. Di quel nuovo scrittore tanto geniale si comincia a perdere la memoria, sono passati cinque anni, è veramente tutto passato?
Per cinque anni David è stato una promessa del football al liceo, per cinque anni un campione di tennis pronto a sfondare nel professionismo, adesso sono passati cinque anni dall’esordio di quello che era stato definito il genio letterario della sua generazione, cosa è successo? Ancora una promessa mancata? Ancora una vota a perdersi e dover ritrovarsi per ricominciare?
E’ Novembre, uno studente di Harvard, con una borsa di studio per un PHd in Logica si presenta al servizio di assistenza medica dell’università chiedendo di uno psichiatra. Dice di chiamarsi David Wallace e che sta per uccidersi, che non si sente per niente sicuro di riuscire e non farlo nelle prossime due ore. Lo psichiatra gli fa qualche domanda, lo tranquillizza e poi prende un fascicolo dalla scrivania, ci scrive sopra le generalità di David, avvia - così - il protocollo standard: notifica alla polizia, accertamenti psichiatrici, sospensione dall’università, ricovero al Mclean. Mclean è una casa di cura per matti, a venticinque chilometri da Boston, famosa per aver ospitato Silvia Plath, Anne Sexton. David ci passa sei giorni. Gli viene diagnostica una forma di depressione clinica e gli viene prescritto un medicinale, sviluppato negli anni cinquanta, commercializzato dalla Pzifer che si chiama Nardil. E’ l’autunno del 1988.
David comincia la terapia di recupero: deve dimenticarsi l’alcol, la droga e tutte quelle sostanze che l’hanno devastato negli ultimi due anni, il Nardil lo aiuta, ma non basta, ci vuole un atto di volontà per fare piazza pulita e ricominciare da capo. Ricominciare significa lasciar perdere l’università, le sue pretese, cominciare a trovarsi un lavoro, fare un passo alla volta. La nuova vita nizia come guardia di sicurezza alla Lotus Software, poi come “ragazzo delle salviette” in una palestra extra lusso, quasi tre mesi così. Qui al bancone della reception come sulla moquette delle società di software va avanti il processo di reset. Lavori che servono per non-pensare e non-pensare e la cosa migliore per “ripulirsi”.
Esce la sua prima raccolta di racconti, quella che per varie vicissitudini era stata bloccata, quella scritta a Tucson prima del periodo nero. David lascia il lavoro, e conosce Jonathan Frenzen, gli aveva scritto dopo aver letto il suo primo romanzo ( La ventisettesima città). I due si frequentano per un po’, e va a finire che cercano casa insieme a Syracuse. E’ l’aprile del 1993. Si trasferiscono prima in un residence e poi, qualche mese dopo, in una casa vera. Wallace si ferma un anno con Jonathan, e scrive. Scrive praticamente ininterrottamente tutto l’anno, a mano su quaderni a quadretti, ormai ne ha una pila. L’ispirazione creativa sembra travolgerlo, è come se quel fondo scuro: “il buco nero con i denti bianchi” – come lo chiamava sua mamma, si fosse posato lentamente sul fondo – e adesso pian piano stesse risalendo restituendogli le terribili sensazioni della dipendenza come vissute da qualcun altro. Nell’estate del 1993 David lascia Syracuse per ritornare nell’Hillinois dove l’Università Statale gli ha proposto un lavoro come insegnate di inglese . Si trasferisce a Normal – 50 miglia da dalla casa dei suoi. Il romanzo è, ormai, per tre quarti fatto, e il suo agente l’ha già venduto alla Little and Brown.
Intanto la rivista Harper’s gli commissiona un reportage su una crociera extra-lusso. David scrive un pezzo a metà tra il saggio sociologico, la racconto di letteratura e il reportage giornalistico, una critica indolente disincantata della società americana degli anni 90, è una rivoluzione nel modo di scrivere non-fiction. Tanto che, una volta pubblicato, l’articolo farà storia a se, diventerà un libro da leggere e un modello da seguire. Da questo momento David comincerà a lavorare contemporaneamente su entrambi i fronti quello letterario e quello giornalistico. Il reportage esce su Harper’s il 16 gennaio 1996 un mese prima della pubblicazione di Infinite Jest.
All’uscita del libro Wallance diventa uno scrittore di culto, “ la mente più geniale della sua generazione” . Siamo nella metà degli anni novanta e all’inizio di una nuova crisi personale.
Nel 2001 diventa titolare di un corso di scrittura creativa al Pomoma College in California. Si trasferisce a Claremont, esce la prima raccolta di saggi e reportage, e la terza raccolta di racconti, ma pur in questa relativa fertilità creativa David continua a d aver problemi con il sua scrittura – sempre l’ansia di non soddisfare le aspettative, di non essere all’altezza delle attese.
David incontra per la prima volta Karen Green, la donna che diventerà sua moglie, qualche mese dopo il suo trasferimento in California. Fissano un appuntamento per parlare di un progetto artistico: Karen vuole sviluppare una serie di disegni partendo dai racconti di David. Si incontrano, presto i due si fidanzano e dopo tre anni si sposano. Succede così: vanno nell’Illinois per passare le vacanza di Natale con i genitori. E’ il 27 di dicembre, David invita tutti a pranzo fuori e dice anche di vestirsi eleganti. La sorella Amy accompagna i genitori al ristorante, ma invece si ferma al municipio,- Karen li sta aspettando con i fiori in mano e David sorride vestito in completo blu con il fiore all’occhiello.
Questi primi anni passati con Karen Green saranno quelli più felici di tutta la sua vita.
Le cose vanno tanto bene che David vuole sospendere il Nardil, l’antidepressivo che prende da vent’anni. Siamo a inizio dell’estate 2007 – e la scelta sembra dovuta per evitare i numerosi problemi di stomaco che provoca il farmaco insieme all’alterazione della pressione arteriosa. La decisione finale viene presa nel 2007, quando dopo una cena in un ristorante indiano – David comincia ad avere un forte mal di pancia. I dottori gli dicono che qualcosa quella sera al ristorante indiano avrebbe potuto interagire con il Nardil. Il suggerimento è quello di interrompere la cura e di passare ad un altro farmaco. Gli vengono prescritti diversi antidepressivi ma nessuno sembra funzionare – e la salute di David piano piano peggiora – all’inizio dell’autunno chiede alla sorella di rinviare al visita che gli fa tutti gli anni in quella stagione. Non se la sente proprio. In ottobre le cose sembrano precipitare: viene ricoverato in ospedale. Esce dopo qualche settimana, le sue condizioni sono difficili, ma stabili, riesce a insegnare per tutto il 2008 fino a maggio. Il mese successivo i genitori sarebbero dovuti venire a fargli visita, ma ancora una volta David telefona a casa e chiede di rimandare. La depressione peggiora e nessun medicinale sa alleviarla, per questo - dopo un anno- i medici decidono di tornare indietro e di ricominciare con la vecchia cura. Ma adesso il Nardil non sembra più fare effetto. A giugno Jonathan Frenzen va a fare visita a David, e ad agosto tocca ai genitori, entrambe le visite si rivelano a posteriori due lunghi addii. David Foster Wallace si suicida impiccandosi, è il 9 settembre 2008.
Liberamente tratto da The Lost Years & Last Days of David Foster Wallace di David Lipsky in Rolling Stones (Ottobre 2008)
Il dottore ci aveva dato la scatola, era bianca con due strisce colorate nel mezzo. Una verde chiara e l’altra più scura. Non avevo letto cosa c’era scritto sopra, ma mi ricordo come lo chiamò il dottore mentre lo avvicinava. Nardil. Lo faceva scivolare sul piano della scrivania spingendolo con il palmo. Nardil. Lo aveva chiamato come si chiama un amico, come se sapesse – mentre lo muoveva verso di noi – che ci avrebbe accompagnato per tutta la vita.
David Wallace nasce la sera del 21 febbraio dell’anno 1962 a Itacha nello stato di New York, muore impiccato il 9 settembre a Claremont in California.
Ha scritto dodici libri, ed è stato una persona incredibilmente dotata, apprensiva, e forse infelice.
Cresce nella villetta dei genitori nella zona residenziale dell’Università di Urbana. All’età di nove anni entra nella squadra di football, come quarterback. E’ forse qui - negli anni delle scuole medie - comincia a sviluppare quel gusto per la contaminazione linguistica, e per gli accostamenti arditi, la capacita di muoversi con disinvoltura tra diversi “significati”, dalle atmosfere rarefatte dei libri di Kafka agli spogliatoi sudati della scuola: lo slang da bulli e le sedute sull’Oxford Dictionary con la mamma.
David è ricordato come un ragazzo timido e introverso, superficialmente una persona istintiva e semplice, più profondamente un’anima contraddittoria, di una sensibilità spaventosa.
Al primo anno di liceo lascia il football e comincia a prendere lezioni private di tennis, si allena la domenica mattina al parco. Poi entra nella squadra agonistica. Diventa uno dei primi giocatori under 14 dello Stato.
A 15 anni arrivano i primi attacchi d’ansia – sempre più frequenti, uno strano disagio: “il buco nero con i denti bianchi”, lo chiama la mamma. David dipinge la sua stanza di nero, quell’anno non va alla festa dei compleanno della sorella Amy, e salta sempre più spesso lo stadio alla domenica con il papà. E’ scontroso, irrequieto e litigioso. Lascia il tennis.
Sono anni di rimescolamenti ormonali, e basta entrare nella sua camera per trovarne i segni: insieme alle foto dei campioni di tennis, una stampa rinascimentale, e la locandina di film, c’è un articolo con la foto allucinata di Kafka pinzato al muro “La malattia era la vita stessa” dice l’articolo. E tutto sembra già essere scritto qui sul muro della stanza di David Wallace alla fine degli anni settanta.
David si diploma a pieni voti e viene accettato ad Amherst, stesso college del padre, cream culturale dell’america. Facoltà di filosofia. Siamo nel 1980.
Come nell’inizio di White Noise gli studenti arrivano a Amherst trascinando bauli e borse. Station wagon marroni per i viali. Padri in giacca scamosciata e madri dai sorrisi fluorescenti scaricano scatoloni davanti alle entrate dei dormitori. C’è un via vai frenetico in mezzo ai colori di settembre. Certi scorci di Amherst paiono cartoline inglesi. Dalla finestra del dormitorio David vede arrivare il suo compagno di stanza. E’ un ragazzo piccolo e scuro, vestito con le scarpe lucide. Mark Costello, si chiama, viene da una famiglia operaia di immigrati irlandesi, ultimo di sette figli studia scienza politiche. I due si conoscono lentamente, si piacciono, poi –un giorno all’inizio della primavera Mark trova David all’entrata con la valigia ai piedi. “Me ne voglio tornare a casa” - dice. Mark lo guarda. Non sembra uno scherzo. David è in crisi , piange, non ce la fa più a stare lì. Ci sono troppe cose da leggere, e troppe cose da saper, si sente inadeguato. Le pretese dell’università lo schiacciano.
A casa passa un po’ di tempo in ospedale, poi trova lavoro come autista di uno scuolabus. I ritmi blandi della provincia di nuovo lo tranquillizzano, va con il papà a seguire le lezioni all’università, in questo modo - senza aspettative - è più facile fare le cose. Pian piano sembra ristabilirsi. In autunno ritorna ad Arhmest, stessa camera, stesso compagno. Le nuova vita si riallaccia alla passata, questa volta inquadrata dentro una programmazione forzata. Routine, la chiama David. Colazione, lezioni, biblioteca, pranzo, biblioteca. Tre anni così. Costello si laurea e si iscrive alla Law School di Yale, a David rimane da finire l’ultimo anno. Ha da chiudere una doppia laurea in Inglese e in Filosofia. Comincia a mettere giù un progetto in Logica e uno in Scrittura Creativa. Ma la letteratura si mangia la logica e arriva un manoscritto di 700 pagine, "La scopa del sistema" si intitola.
L'anno dopo David viene accettato al MFA (Master of Fine Arts) all’Università dell’Arizona. A Tucson ci sono più di trenta gradi e David comincia a portare una bandana per evitare che il sudore gli finisca dappertutto. Sembra un pirata o una vecchietta – lo prende in giro la sua ragazza. La bandana, oltre a frenargli il sudore, lo aiuta a tenere insieme la testa, perché ci sono dei giorni in cui la testa gli sembra possa andare in mille pezzi.
La sua scrittura sovrabbondante, non lineare, a tratti grottesca, fa a pugni con l’impostazione iperrealista dei suoi insegnanti e irrita i compagni. Viene considerato un tipo altezzoso che guarda tutti dall’alto in basso. “Here end There” un racconto che uscirà in rivista anni dopo e vincerà nell’1989 l’O. Henry Price, è un lavoro del periodo del Master, diciamo un’esercitazione - stroncata dal suo professore con una nota che dice “ Spero che questo non sia rappresentativo del tuo lavoro, della strada che vuoi seguire con noi. Odierei dover perditi”
Intanto, le 700 pagine de La scopa del sistema finiscono sul tavolo della Frederick Hill, agenzia letteraria di San Francisco, dove Bonnie Nadell, 25 anni, appena assunta, decide di prendersene cura. Ha in testa un altro scrittore che si chiama David Rains Wallace, per questo mette il cognome della madre tra David e Wallace, crede che suoni meglio, prova a dirlo e le piace. Nasce ufficialmente quel giorno “David Foster Wallace”. Il romanzo viene proposto a varie case editrici, tra cui la Viking che se lo compra annunciandone la sua pubblicazione entro un anno. Quando il romanzo è ormai alle stampe e la voce comincia a girare, i professori diventano improvvisamente cordiali, i compagni tra l’invidioso e il riverente, si passa dai grugni ai sorrisi: “felice di vederti”, “siamo fieri di te”, “devi assolutamente venire con noi a mangiare”. “Era così meravigliosamente divertente – dirà poi David – che mi sentivo quasi imbarazzato per loro, non avevano neanche un po’ di coerenze su ciò che dicevamo di odiare”.
La scopa del sistema viene pubblicato nel 1987, David è ancora uno studente, all’ultimo anno del Master. Il libro ha un buon successo, soprattutto in quella parte della critica esigente e d’elite, New Yorker, Granta, Paris Review. Il suo editor alla Viking, Gerry Howard compra anche i diritti del suo secondo libro. Il nuovo autore è salutato come una promessa: la sua faccia disegnata a matita sulla prima pagina del Wall Street Journal, il premio come migliore opera prima, l’invito per un soggiorno in una famosa colonia di artisti. Incontra importanti e famosi scrittori, viene a sapere che questi importanti e famosi scrittori lo conoscono. Poi tutto ad un tratto, quasi per contrappasso - dopo l’inaspettata esplosione di energia - rimane a corto di idee, prova a ritirarsi a Tucson in una specie di capanna isolata per ritrovare l’ispirazione, ma non succede niente – così ritorna a casa. Accetta di insegnare filosofia ad Amhrest per un anno. Ma non gli riesce di riempire il vuoto che ha in testa. Crede che non riuscirà a scrivere più niente. Capisce che se da un lato l’ambiente universitario lo spaventa dall’altro lo nutre. Sa bene che i suoi due primi libri sono stati generati da quell’ambiente. Pensa di ritornare a frequentare un campus universitario per intraprendere la carriere di professore di filosofia, lasciando la scrittura di narrativa nel tempo libero. Harvard gli offe un dottorato, e il cerchio sembra chiudersi perchè anche Mark Costello si sta trasferendo a Boston per fare la pratica di avvocato. I due si ritrovano. Affittano un appartamento a Sommerville, un quartiere di studenti, la periferia sgaruppata della città, a poche miglia dal campus.
Alla sera Mark torna a casa con la giacca e la cravatta slacciata, appoggia la borsa e si ritrova David sul divano, ci potrebbero essere i piatti sporchi accatastati sul lavello, e scatole di patatine aperte sul tavolino della sala, l’umore di David è nero, non riesce a scrivere, e questo lo blocca in tutto il resto, dedica una parte minima del suo tempo ai corsi di Harvard, frigge nel vuoto creativo, una sensazione che non aveva mai provato, perché scrittore non lo era mai stato, capisce – invece, adesso che ha pubblicato, che la sua vita parte da lì: dalla scrittura. E la scrittura non va allora neanche la vita va. I sintomi sono gli stessi, il “buco nero con i denti bianchi” si espande, un incredibile senso di inadeguatezza verso il mondo, paralisi, panico,la voglia di scrivere per far tacere tutte le voci che gli dicono quanto è schifoso e inadeguato. Balle o verità, pensiero o esperienza? Dove collocare la propria attenzione? La vita sembra scivolare alla deriva spegnersi e trasformarsi dentro la melma dell’assuefazione, della pura sensibilità, dell’esperienza per l’esperienza: così il tempo “prezioso” di Harvard si trasforma in una personale maratona distruttiva: droga, alcool, psicofarmaci. Il suo secondo libro, quella raccolta di racconti già pronta da mesi, fluttua nel limbo dell’editing editoriale tra continui rimandi. Di quel nuovo scrittore tanto geniale si comincia a perdere la memoria, sono passati cinque anni, è veramente tutto passato?
Per cinque anni David è stato una promessa del football al liceo, per cinque anni un campione di tennis pronto a sfondare nel professionismo, adesso sono passati cinque anni dall’esordio di quello che era stato definito il genio letterario della sua generazione, cosa è successo? Ancora una promessa mancata? Ancora una vota a perdersi e dover ritrovarsi per ricominciare?
E’ Novembre, uno studente di Harvard, con una borsa di studio per un PHd in Logica si presenta al servizio di assistenza medica dell’università chiedendo di uno psichiatra. Dice di chiamarsi David Wallace e che sta per uccidersi, che non si sente per niente sicuro di riuscire e non farlo nelle prossime due ore. Lo psichiatra gli fa qualche domanda, lo tranquillizza e poi prende un fascicolo dalla scrivania, ci scrive sopra le generalità di David, avvia - così - il protocollo standard: notifica alla polizia, accertamenti psichiatrici, sospensione dall’università, ricovero al Mclean. Mclean è una casa di cura per matti, a venticinque chilometri da Boston, famosa per aver ospitato Silvia Plath, Anne Sexton. David ci passa sei giorni. Gli viene diagnostica una forma di depressione clinica e gli viene prescritto un medicinale, sviluppato negli anni cinquanta, commercializzato dalla Pzifer che si chiama Nardil. E’ l’autunno del 1988.
David comincia la terapia di recupero: deve dimenticarsi l’alcol, la droga e tutte quelle sostanze che l’hanno devastato negli ultimi due anni, il Nardil lo aiuta, ma non basta, ci vuole un atto di volontà per fare piazza pulita e ricominciare da capo. Ricominciare significa lasciar perdere l’università, le sue pretese, cominciare a trovarsi un lavoro, fare un passo alla volta. La nuova vita nizia come guardia di sicurezza alla Lotus Software, poi come “ragazzo delle salviette” in una palestra extra lusso, quasi tre mesi così. Qui al bancone della reception come sulla moquette delle società di software va avanti il processo di reset. Lavori che servono per non-pensare e non-pensare e la cosa migliore per “ripulirsi”.
Esce la sua prima raccolta di racconti, quella che per varie vicissitudini era stata bloccata, quella scritta a Tucson prima del periodo nero. David lascia il lavoro, e conosce Jonathan Frenzen, gli aveva scritto dopo aver letto il suo primo romanzo ( La ventisettesima città). I due si frequentano per un po’, e va a finire che cercano casa insieme a Syracuse. E’ l’aprile del 1993. Si trasferiscono prima in un residence e poi, qualche mese dopo, in una casa vera. Wallace si ferma un anno con Jonathan, e scrive. Scrive praticamente ininterrottamente tutto l’anno, a mano su quaderni a quadretti, ormai ne ha una pila. L’ispirazione creativa sembra travolgerlo, è come se quel fondo scuro: “il buco nero con i denti bianchi” – come lo chiamava sua mamma, si fosse posato lentamente sul fondo – e adesso pian piano stesse risalendo restituendogli le terribili sensazioni della dipendenza come vissute da qualcun altro. Nell’estate del 1993 David lascia Syracuse per ritornare nell’Hillinois dove l’Università Statale gli ha proposto un lavoro come insegnate di inglese . Si trasferisce a Normal – 50 miglia da dalla casa dei suoi. Il romanzo è, ormai, per tre quarti fatto, e il suo agente l’ha già venduto alla Little and Brown.
Intanto la rivista Harper’s gli commissiona un reportage su una crociera extra-lusso. David scrive un pezzo a metà tra il saggio sociologico, la racconto di letteratura e il reportage giornalistico, una critica indolente disincantata della società americana degli anni 90, è una rivoluzione nel modo di scrivere non-fiction. Tanto che, una volta pubblicato, l’articolo farà storia a se, diventerà un libro da leggere e un modello da seguire. Da questo momento David comincerà a lavorare contemporaneamente su entrambi i fronti quello letterario e quello giornalistico. Il reportage esce su Harper’s il 16 gennaio 1996 un mese prima della pubblicazione di Infinite Jest.
All’uscita del libro Wallance diventa uno scrittore di culto, “ la mente più geniale della sua generazione” . Siamo nella metà degli anni novanta e all’inizio di una nuova crisi personale.
Nel 2001 diventa titolare di un corso di scrittura creativa al Pomoma College in California. Si trasferisce a Claremont, esce la prima raccolta di saggi e reportage, e la terza raccolta di racconti, ma pur in questa relativa fertilità creativa David continua a d aver problemi con il sua scrittura – sempre l’ansia di non soddisfare le aspettative, di non essere all’altezza delle attese.
David incontra per la prima volta Karen Green, la donna che diventerà sua moglie, qualche mese dopo il suo trasferimento in California. Fissano un appuntamento per parlare di un progetto artistico: Karen vuole sviluppare una serie di disegni partendo dai racconti di David. Si incontrano, presto i due si fidanzano e dopo tre anni si sposano. Succede così: vanno nell’Illinois per passare le vacanza di Natale con i genitori. E’ il 27 di dicembre, David invita tutti a pranzo fuori e dice anche di vestirsi eleganti. La sorella Amy accompagna i genitori al ristorante, ma invece si ferma al municipio,- Karen li sta aspettando con i fiori in mano e David sorride vestito in completo blu con il fiore all’occhiello.
Questi primi anni passati con Karen Green saranno quelli più felici di tutta la sua vita.
Le cose vanno tanto bene che David vuole sospendere il Nardil, l’antidepressivo che prende da vent’anni. Siamo a inizio dell’estate 2007 – e la scelta sembra dovuta per evitare i numerosi problemi di stomaco che provoca il farmaco insieme all’alterazione della pressione arteriosa. La decisione finale viene presa nel 2007, quando dopo una cena in un ristorante indiano – David comincia ad avere un forte mal di pancia. I dottori gli dicono che qualcosa quella sera al ristorante indiano avrebbe potuto interagire con il Nardil. Il suggerimento è quello di interrompere la cura e di passare ad un altro farmaco. Gli vengono prescritti diversi antidepressivi ma nessuno sembra funzionare – e la salute di David piano piano peggiora – all’inizio dell’autunno chiede alla sorella di rinviare al visita che gli fa tutti gli anni in quella stagione. Non se la sente proprio. In ottobre le cose sembrano precipitare: viene ricoverato in ospedale. Esce dopo qualche settimana, le sue condizioni sono difficili, ma stabili, riesce a insegnare per tutto il 2008 fino a maggio. Il mese successivo i genitori sarebbero dovuti venire a fargli visita, ma ancora una volta David telefona a casa e chiede di rimandare. La depressione peggiora e nessun medicinale sa alleviarla, per questo - dopo un anno- i medici decidono di tornare indietro e di ricominciare con la vecchia cura. Ma adesso il Nardil non sembra più fare effetto. A giugno Jonathan Frenzen va a fare visita a David, e ad agosto tocca ai genitori, entrambe le visite si rivelano a posteriori due lunghi addii. David Foster Wallace si suicida impiccandosi, è il 9 settembre 2008.
Liberamente tratto da The Lost Years & Last Days of David Foster Wallace di David Lipsky in Rolling Stones (Ottobre 2008)
